ALCESTI MON AMOUR

SABATO 24 e DOMENICA 25 LUGLIO – ORE 19.30
da Euripide

traduzione di Filippo Amoroso
drammaturgia e regia Walter Pagliaro
con Micaela Esdra, Luigi Ottoni, Marina Locchi, Diego Florio
costumi e maschere Giuseppe Andolfo
musiche Germano Mazzocchetti
assistente alla regia Ilario Grieco

Associazione Culturale Gianni Santuccio

Rappresentata per la prima volta alle Dionisie di Atene, probabilmente nel 438 a.C., Alcesti è la tragedia di Euripide più antica che sia giunta a noi ed ha una caratteristica che la rende particolare: è una tragedia a lieto fine.
Per Admeto, re di Fere (in Tessaglia), è giunta l’ora della morte. Apollo, che era stato al suo servizio e ne aveva apprezzato la nobiltà d’animo, ottiene dalle dee del destino, le Moire, che Admeto resti in vita, a patto che qualcuno accetti di dare la propria esistenza in cambio della sua. Ma non vi è nessuno che si offra al sacrificio per salvare Admeto, neanche suo padre e sua madre; soltanto Alcesti, la giovane moglie del re, è pronta ad immolarsi per lui. Durante i preparativi del funerale, giunge inatteso Eracle, diretto in Tracia per una della tante ‘fatiche’ impostegli dal tiranno Euristeo. Admeto lo accoglie ospitalmente, nascondendo all’amico il vero motivo dei segni del lutto, cioè che la defunta è la moglie. Eracle però, uscendo alticcio da un lauto banchetto, apprende da un servo che il palazzo è in lutto per la scomparsa della regina. Decide, allora, di attendere al varco Thanatos vicino alla tomba destinata alla donna e riesce a strapparle Alcesti. Ritorna così da Admeto, con affianco una donna silenziosa e velata, dichiara di averla avuta come premio di una vittoria in gare atletiche, e chiede al re di custodirgliela in casa. Admeto, sulle prime, è riluttante ma poi cede alle insistenze dell’amico. Eracle allora toglie il velo alla donna e riconsegna Alcesti allo sposo felice.
Walter Pagliaro – considerato oggi uno dei migliori registi della scena italiana – sviluppa il suo studio su Alcesti innestando gli elementi riconoscibili della sua poetica e ricerca teatrale: personaggi intensi, quasi designati da maschere espressionistiche; un gioco drammatico, ma anche comico-grottesco, contrassegnato dalla ‘minaccia’, dal pericolo incombente. E tutto questo lo fa, restando sempre fedele a ciò che il critico Franco Cordelli chiama “inarrendevolezza”. “Per inarrendevolezza – scrive Cordelli – intendo la precisa volontà di non piegarsi, come tutti fanno, al confronto tra mondo antico e mondo contemporaneo. Per Pagliaro, il mondo antico è antico. Chi vuole leggervi, vi legga; chi non voglia, rimanga dov’è”.