da Euripide
una creazione di Micha van Hoeckeelaborazione del testo Chiara Muti
con Chiara Muti, Pamela Villoresi e l’Ensemble di Micha van Hoecke
coreografia e regia Micha van Hoecke
costumi Marella Ferrera
quadri in scena Gianpaolo Berto
impianto scenico Renzo Milan
light designer Bruno Ciulli
Ravenna Festival in collaborazione con Festival Teatro dei Due Mari Tindari
Le Baccanti – una delle più grandi opere teatrali di tutti i tempi, e fra le più indagate nei suoi significati ambigui e complessi – venne completata da Euripide nel 406 a.C., alcuni mesi prima che morisse. Anni dopo, probabilmente nel 403 a.C., la tragedia venne rappresentata ad Atene, nell’ambito della trilogia comprendente Alcmeone a Corinto e Ifigenia in Aulide, e ottenne la vittoria alle Grandi Dionisie.
Dioniso – dio del vino, del teatro e del piacere, nato dall’unione tra Zeus e Semele, una donna mortale – giunge a Tebe fra gli umani per dimostrare alla città, una volta e per tutte, ch’egli è un dio e non un uomo, come vorrebbe una maldicenza diffusa. In effetti, è da un po’ di tempo che, per invidia, le sorelle della madre e il nipote Penteo, re di Tebe, vanno spargendo la voce che il vero padre di Dioniso sia un uomo qualunque e che la storia del rapporto con Zeus, in realtà, serva solo a mascherare la “scappatella” della donna.
Per ristabilire la verità, dunque, Dioniso comincia con l’indurre il germe della follia in tutte le donne tebane; queste fuggono sul monte Citerone e celebrano riti in suo onore, diventando per l’appunto Baccanti.
Penteo – nonostante le parole sagge di Cadmo, suo nonno, e dell’indovino Tiresia – rimane fermo nella sua convinzione: rifiuta ostinatamente di riconoscere un dio in Dioniso, lo considera soltanto una specie di demone che ha ideato questa trappola per adescare le donne. Per questo, lo fa pure arrestare, ma invano: perché il dio scatena un terremoto che gli permette di liberarsi immediatamente.
Nel frattempo dal monte Citerone giungono notizie inquietanti: le donne che compiono i riti sono in grado di far sgorgare vino, latte e miele dalla roccia, ma – in modo ugualmente prodigioso – manifestano un furore dionisiaco capace di imprese sovrumane e devastatrici.
Dioniso, parlando con Penteo, riesce allora a convincerlo a mascherarsi da baccante per poter spiare di nascosto quelle donne. Lo induce a travestirsi da donna e ad andare con lui sul Citerone, ma, una volta giunti lì, il dio aizza le baccanti contro Penteo. Esse sradicano l’albero sul quale il re si era nascosto e fanno letteralmente a pezzi Penteo. Non solo, ma la prima ad avventarsi su di lui e a spezzargli un braccio è Agave, la madre stessa di Penteo.
Questi fatti vengono narrati al vecchio Cadmo da un messaggero inorridito che è tornato a Tebe dopo aver visto la scena. Poco dopo arriva anche Agave e ha un bastone sulla cui sommità è attaccata la testa di Penteo, che lei, nel suo delirio di baccante, crede essere una testa di leone. Cadmo, sconvolto di fronte a quello spettacolo, riesce pian piano a far rinsavire Agave, che infine si accorge con orrore di ciò che ha fatto. A quel punto riappare Dioniso ex machina, che spiega di aver architettato questo piano per punire chi non credeva nella sua natura divina, e condanna Cadmo e Agave ad essere esiliati in terre lontane. Sull’immagine di Cadmo e Agave che, commossi, si dicono addio, si conclude la vicenda.
Micha van Hoecke – artista belga di origine russa, uno dei protagonisti della danza contemporanea, eclettico propugnatore di una “arte totale”, e che infatti è egli stesso coreografo, danzatore, attore, regista – si misura con questo “classico” dalle sfaccettature ambigue e complesse, offrendone una lettura insospettabile e notturna, “perché solo di notte siamo fino in fondo noi stessi”. Insieme al suo storico Ensemble, fa rivivere come in un poema sinfonico e visivo il percorso di Agave, in una dimensione spirituale e religiosa che abbraccia canto, parola e musica. Complici, le voci di interpreti d’eccezione quali Pamela Villoresi e Chiara Muti.
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