LE DUE SORELLE

SABATO 21 AGOSTO – ORE 19.30

liberamente ispirato a STYCHUS di Plauto

con Iaia Forte e Marina Rocco
e con Alfredo Troiano, Vincenzo Borrino, Riccardo Ballerini, Gennaro Di Colandrea, Daniele Zappalà, Cristina Chinaglia
scene Rina La Gioia
drammaturgia e regia Giuseppe Argirò

Associazione culturale Le donne di Itaca diretta da Adriana Palmisano

Rappresentata per la prima volta nel 200 a.C., questa commedia di Tito Maccio Plauto ha per protagoniste due sorelle in attesa dei rispettivi mariti dei quali si ignora la sorte. Un padre avido e senza scrupoli morali vorrebbe indurle ad abbandonare il tetto coniugale e a chiedere il divorzio. Ma le due donne resistono, tenendo fede alle promesse coniugali. L’ostinazione nella fedeltà le porta a incontrare idealmente il personaggio di Penelope, la sposa per eccellenza, paziente e risoluta nell’attesa.
Le due sorelle disserteranno amabilmente sulla necessità squisitamente femminile di mantenere intatto il focolare domestico e casto il letto nuziale. Pur tuttavia qualche piccola malizia, qualche dubbio impertinente, qualche desiderio soffocato, stuzzicheranno la loro immaginazione rendendole briose e impertinenti. La conflittualità del padre con le due ragazze è una schermaglia verbale in cui i principi parentali sono brillantemente ribaltati: il vecchio difende il principio utilitaristico della disonestà mentre le figlie si appellano a valori etici inalienabili.
Le vicende della famiglia saranno sagacemente commentate dal parassita, un buffone sul viale del tramonto, un uomo di spettacolo che vende motti di spirito per poter sopravvivere. Questo personaggio con il suo repertorio funambolico, sembra anticipare Shakespeare e molta satira moderna in cui il comico, per poter sopravvivere, si offre al miglior offerente. Un professionista della risata, ineccepibile e rigoroso, con una fame atavica da soddisfare, quasi a ricordare l’eterna indigenza degli attori. Precursore delle tirate di Arlecchino, traghetta la vis comica di Plauto nella commedia dell’arte e nel grande teatro del 700. Goldoni e Molière sono già presenti e vivificano i caratteri dei personaggi; le maschere sono realistiche e appartengono alla quotidianità.
La festa del teatro risolve l’attesa delle due “Penelopi” con il ritorno dei rispettivi mariti, trionfatori e carichi di fortune. Il padre è stato sconfitto; la conservazione familiare trionfa preconizzando la futura stabilità del mondo borghese. Il banchetto finale assimila il teatro all’esistenza, coinvolgendo gli spettatori in una rutilante festa senza fine, con la grazia del gioco e le infinite possibilità dell’immaginazione che solo la fantasmagoria del teatro può regalare. La festa della libertà, come viene definita da Plauto, si consuma tra risate e sberleffi, esorcizzando la morte e brindando all’eternità della vita.