AULULARIA
di Plauto
regia e adattamento Walter Manfrè
traduzione di Bruno Sacchini
con
Stefano Masciarelli (Euclione)
Rosario Coppolino (Servo di Liconide)
Mela Battaglia (Stafila)
Giovanni Ribò (Megadoro)
Enzo Casertano (Eunomia, Pitodico)
Fabrizio Vona (Liconide)
Teresa Timpano (Genio di Famiglia, Antrace)
Paolo Pollio (Congrione)
Enok Marrella (Strobilo)
Daniela Ialicicco (Frigia)
scene Nicola Macolino
costumi Alessandra Benaduce
produzione E20 Produzioni, Molise spettacoli, MobilitĂ delle Arti
in collaborazione con Molise Live

Esistono pochi modi “giusti”, non piĂą di due a nostro avviso, per mettere in scena una commedia di Plauto. Per “giusti” intendiamo che non comportino la totale e cervellotica rivisitazione dei canoni classici secondo i gusti di un pubblico che, per propria moderna vocazione, non ama piĂą divertirsi alle battute dei vecchi autori latini. Uno di questi modi è quello della ricostruzione filologica, assai colto ma ahimè destinato a non avere presa teatrale nelle rappresentazioni che, sia pure nei luoghi deputati, possono indurre ad una annoiata stanchezza il fruitore estivo che, per un equivoco divenuto consuetudine, sentendo il nome di Plauto, pensa di dovere ineluttabilmente ridere. E sono delusioni quando questo non accade. L’altro modo è quello genialmente intuito da Pasolini e teorizzato nella sua prefazione alla versione in italiano del plautino “Vantone” laddove egli sostiene che il corrispondente modello moderno della comicitĂ plautina è quello del nostro avanspettacolo. Ed è a questo indirizzo che vorremmo rifarci nell’affrontare Plauto, consci del fatto inequivocabile che tutta una precisa tecnica del meccanismo “comico – spalla” è intanto presente nella costruzione delle singole scene delle sue commedie. Inoltre quella dell’avanspettacolo è l’unica comicitĂ che possa tradurre in divertimento non banale la sanguigna scrittura dello scrittore latino, densa di citazioni popolari e di volgaritĂ talora indicibili perchĂ© fini a se stesse e quindi non divertenti, ma indispensabili per far ridere il pubblico di Plauto. E’ dunque a questo teatro (ormai peraltro antico non essendo frequente vedere sui palcoscenici il comico e le ballerine come accadeva fino a gli inizi degli anni sessanta) che vorremmo aderire nel realizzare questa versione di “Aulularia”. Tentare una traduzione dai canoni classici in quelli di un linguaggio colorito, dialettale, irriverente, musicale, divertito e divertente. Riproporre i tempi della classica comicitĂ dove comico e spalla si ruberanno a vicenda i ruoli, provocando ora l’uno ora l’altro la risata, e dove la “situazione” e non la “battuta” sarĂ spesso a provocare il divertimento. Le aggiunte di musiche e di piccole coreografie, volutamente goffe, completeranno una messa in scena “cialtrona”, quel tanto che serva a restituirci il sapore di un teatro popolare, ma vero, nella ricerca delle proprie radici.
Walter Manfrè
