MEDEA E LA LUNA

LUNGA NOTTE DI MEDEA
di Corrado Alvaro

regia di Giancarlo Cauteruccio
con Patrizia Zappa Mulas nel ruolo di Medea
Fulvio Cauteruccio, Paolo Lorimer, Peppe Voltarelli
con Laura Marchianò e Rosalba di Girolamo

musiche originali di
Peppe Voltarelli
eseguite dal vivo da Raffaele Brancati, Gennaro De Rosa, Luca Marino

oggetti scenici Loris Giancola
costumi Massimo Bevilacqua
progetto luci Trui Malten
tecnico del suono Marcello Amore
macchinista Cristiano Caria
video Andrea Montagnani
produzione Pina Izzi

foto di scena
 
Francesco Martorelli

una produzione
Compagnia teatrale Krypton
Magna Grecia Teatro Festival
Assessorato alla Cultura – Regione Calabria
MiBAC – Dipartimento dello Spettacolo, Regione Toscana, Scandicci Cultura, Comune di Firenze
in collaborazione con
Fondazione Teatro Metastasio di Prato, Fondazione Corrado Alvaro – San Luca RC

Spettacolo inserito nel progetto di co-finanziamento
Stato (Ministero per i Beni e le Attività Culturali) Regione Sicilia (Ass.to Beni Culturali)
“Forme e musica per risognare il mito – Mito e Sogno nel Teatro Interattivo”


© Le Pera

 “Medea mi è apparsa un’antenata di tante donne che hanno subito una persecuzione razziale e di tante che, respinte dalla loro patria, vagano senza passaporto da nazione a nazione, popolano i campi di concentramento e o i campi di profughi. Secondo me, ella uccide i figli per non esporli alla tragedia del vagabondaggio, della persecuzione, della fame: estingue il seme di una maledizione sociale e di razza, li uccide in qualche modo per salvarli, in uno slancio di disperato amore materno.

Corrado Alvaro 


“Medea e la luna” Lunga notte di Medea, nasce come omaggio a Corrado Alvaro, fine intellettuale e scrittore nato a San Luca d’Aspromonte (RC). “Lunga notte di Medea”, tragedia in due atti, è stata messa in scena per la prima volta al Teatro Nuovo di Milano da Tatiana Pavlova nel luglio del 1949.
E’ un’opera che propone un’eroina tragica nuova rispetto a quella creata da Euripide o immaginata successivamente da Grillparzer, in cui è possibile cogliere una spiazzante contemporaneità. Giancarlo Cauteruccio ne fa una riscrittura in cui le parti recitate si alternano e si compenetrano con parti cantate e sostenute da musiche originali in cui emergono sonorità ancestrali e quindi legate alla terra, alla memoria attraverso strumenti quali fisarmonica, tamburi e flauti che scandiscono i ritmi arcaici. Le musiche supportano una vocalità antica fatta di melodie semplici e profonde.


Immagino Corrado Alvaro mentre volge lo sguardo da San Luca d’Aspromonte verso il mare: lo Jonio, sul quale arrivarono i coloni provenienti dalla Locride, dal centro dell’Ellade, quei Greci che sulla nostra costa fondarono Lokroi Epizephyrii, la fulgida, una delle principali città della Magna Grecia.
Immagino Alvaro osservare le donne di San Luca vestite di nero, sedute davanti all’uscio, con lo sguardo sempre rivolto all’interno delle case e la schiena verso la strada, scudo e custodi del focolare.
Immagino la sua curiosità rapita dal mistero delle ‘magare’, le fattucchiere sapienti di poteri magici che le madri trasferiscono alle figlie la notte della vigilia di Natale, da sempre. Donne capaci di sanare compiendo ‘u sfascinu’, il rito che guarisce chi è stato ‘affascinatu’ dallo sguardo invidioso e cattivo della gente.
Immagino Alvaro avvolto dalle nenie delle donne, dalle ammalianti ninna nanne, dai canti arcaici di contadini e pescatori, dai lamenti nelle processioni del Venerdì Santo.
Immagino Alvaro nell’interminabile viaggio dalla Calabria verso il nord, un lungo scorrere di paesaggi sconosciuti per ritrovarsi estirpato dalla terra natia. Immagino un momento preciso della sua vita di scrittore, quando si rivela la necessità di tornare alla terra e al tempo del proprio mito personale e segreto. Un ritorno che si svolge proprio attraverso quelle immagini, quei suoni e quelle distanze; e vedo me stesso, così come rivedo quelle immagini, riascolto quei canti, ripercorro quelle distanze, riconosco quel destino che, sia pure in tempi diversi, ci accomuna. Così come ci avvicina il 1956, l’anno in cui lui moriva e io nascevo nella stessa terra.
La messa in scena di questo testo diviene per me un atto sentimentale, un viaggio introspettivo dentro il ricordo che è insieme pungente e armonioso, quel tempo perduto che risiede in ogni uomo. E l’emozione è ancora più forte, la passione più accesa, la tensione più dolorosa, quando penso che lo spettacolo è nato proprio tra le rovine, dove un tempo fu la grandezza della Magna Grecia: i siti archeologici della Calabria, ancora abitati dalle piante di cicuta di socratica memoria.
“Lunga notte di Medea” è un momento speciale, quasi sacro, nel quale ho provato a recuperare le immagini, i suoni, le atmosfere e la lingua che per anni ho custodito dentro di me. Una ricchezza che adesso riscopro con voluttà, e riverso sugli attori, sui musicisti, sullo spazio della scena, senza inibizioni, come un atto di amore e di dolore.
Questa Medea che parla alla luna lo fa in una terra straniera, e Alvaro prima e io adesso siamo pienamente consapevoli del nostro essere stranieri, come forse ogni uomo lo è in questa ‘civiltà’ sterminata.

Giancarlo Cauteruccio