Parco Archeologico
Pagina pubblicata il: 6th lug, 2008
SEGESTA
Città famosa per i suoi due monumenti principali, il tempio dorico e il teatro, Segesta vive ora una nuova stagione di scoperte, dovute a ricerche e scavi che il Servizio per i beni archeologici della Soprintendenza di Trapani, diretto dalla dott.ssa Rossella Giglio, ha promosso in questi ultimi anni, per restituire sempre meglio l’immagine antica della città .
CENNI STORICI
Segesta fu una delle principali città degli Elimi, un popolo che, secondo la tradizione antica, proveniva da Troia. La città fortemente ellenizzata per aspetto e cultura, raggiunge un ruolo di primo piano tra i centri siciliani e nel bacino del Mediterraneo, fino al punto di poter coinvolgere nella sua secolare ostilità con Selinunte anche Atene e Cartagine. Distrutta Selinunte grazie all’intervento cartaginese nel 408 a.C., Segesta visse con alterne fortune il periodo successivo, fino ad essere conquistata e distrutta da Agatocle di Siracusa (nel 307 a.C.), che le impose il nome di Diceòpoli, città della giustizia.
In seguito, ripreso il suo nome, passò nel corso della prima guerra punica ai Romani che, per la loro comune origine troiana, la esentarono da tributi, la dotarono di un vasto territorio e le permisero una nuova fase di prosperità .
Segesta venne totalmente ripianificata sul modello delle grandi città microasiatiche, assumendo un aspetto fortemente scenografico. Si è a lungo ritenuto che Segesta venisse abbandonata dopo le incursioni vandale, ma recenti indagini hanno rivelato una fase tardoantica, un esteso villaggio di età musulmana, seguito da un insediamento normanno–svevo, dominato da un castello alla sommità del Monte Barbaro.
LA CITTA’
La cittĂ occupava la sommitĂ del Monte Barbaro (due acropoli separate da una sella), naturalmente difeso da ripide pareti di roccia sui lati Est e Sud, mentre il versante meno protetto era munito in etĂ classica di una cinta muraria provvista di porte monumentali, sostituita in seguito (nel corso della prima etĂ imperiale) da una seconda linea di mura ad una quota superiore.
Un lungo tracciato esterno di una fortificazione di età arcaica è stato rimesso in luce nel corso degli scavi recenti.
Lungo le antiche vie d’accesso alla città , si trovano due importanti luoghi sacri: il tempio dorico (430–420 a.C.) e, al di fuori delle cinte murarie, il santuario di Contrada Mango (VI–V sec. a.C.).
Nuovi dati sulla topografia del sito sono forniti dal recente ritrovamento di una lunga fortificazione esterna, che ingloba il tempio, al di fuori della quale è stata individuata una necropoli ellenistica.
L’urbanistica di Segesta è ancora in corso di indagine; sono segnalati alcuni probabili tracciati viari, l’area dell’agorà ed alcune abitazioni. Sull’acropoli Nord, dove si trova il teatro, sono visibili i resti più recenti di Segesta: il Castello, la Moschea e la Chiesa, fondata nel 1442 su un terreno pluristratificato.
GLI SCAVI IN CORSO NELL’AGORÀ
Ricerche archeologiche in corso stanno rimettendo in luce la vasta piazza pubblica, cioè l’agorà della città ellenistica, divenuta poi il foro della città romana (area della piazza di Onasus e del macellum con tholos).
Il lato occidentale era delimitato da un edificio con pilastri e criptoportico interno e dall’ala ovest di un lungo portico (stoà ) a due piani e con grandi pilastri ottagonali interni, che chiudeva a nord la piazza.
Davanti a questo si apriva la piazza pavimentata con lastre di pietra e adornata da basi di statue e monumenti. Sono ben visibili due di queste basi sul lato ovest ed altre sul lato nord, oltre ad una esedra semicircolare. Il lastricato si conserva per ampi tratti con i canali per il deflusso delle acque accuratamente lavorati.
A questa parte della piazza si accedeva da sud attraverso una porta, di cui resta la grande soglia con incasso per una chiusura scorrevole. Poco conservato il portico che chiudeva il lato sud, con un altro accesso monumentale.
Varie trasformazioni furono apportate in età romana. In particolare l’edificio a pilastri fu modificato, edificando un complesso di culto con tempio su basso podio ed un vano rettangolare sul lato nord. Sul gradino superiore fu posta l’iscrizione latina del prefetto Lucio Cecilio Marziale che aveva fatto adornare a sue spese il tempio e ricollocate le statue delle divinità del foro.
Nel terzo secolo d.C. l’area cadde in rovina. Un piccolo insediamento di età tardoantica sorse sui ruderi ed in epoca medievale tutta l’area fu occupata da un denso abitato che riutilizzò i resti degli edifici antichi.
STRADA MONUMENTALE E AGORĂ€ ESTERNA – La strada monumentale lastricata in pietra locale, rimessa in luce per un ampio tratto, dotata di una canaletta per lo scolo delle acque, percorreva in salita un passaggio coperto (criptoportico, via tecta) sul lato ovest dell’agorĂ e proseguiva poi fino al teatro.
Sulla destra la via era fiancheggiata in epoca romana dal macellum (mercato alimentare), caratterizzato da un edificio circolare (tholos) posto al centro di un cortile porticato. Questo adattò sul lato nord una stoà (portico) ellenistica (fine II sec. a.C.), di cui sono ancora visibili alcune colonne.
In etĂ medievale (XIII secolo) le rovine furono riutilizzate per la costruzione di un palazzo fortificato.
A sinistra della strada, è ben visibile una piccola piazza (forum), di forma grosso modo triangolare, accuratamente lastricata. Una iscrizione monumentale latina ricorda due personaggi che ne curarono la costruzione: uno di essi, Onasus un nobile di Segesta, ricordato da Cicerone, il quale fu testimone al processo contro il governatore romano Verre.
LA TERRAZZA SUPERIORE DEL BULEUTERIO – Numerosi gli edifici della terrazza che dominava ad ovest l’agorĂ . Sono state individuate quattro fasi principali di edificazione a carattere monumentale:
Fase tardoarcaica (inizi V sec. a.C.), attestata da un tempio di cui restano solo le fondazioni e pochi frammenti architettonici.
Fase proto e medioellenistica (IV-III sec. a.C.), attestata da residui di strutture e da materiali mobili.
Fase tardoellenistica (fine II sec. a.C.): il buleuterio.
Fase medievale (fine XII-XIII sec. d.C.): è la fase in cui gli edifici vengono spogliati e riutilizzati.
IL BULEUTERIO – L’aula in cui si riuniva il consiglio civico (bulĂ©), costruita verso la fine del II sec. a.C., presentava la cavea semicircolare che si sviluppava in altezza con sette ordini di sedili; in basso, lo spazio per l’oratore di turno era pavimentato in “marmo rosso” del vicino monte Inici; sul retro un ambulacro garantiva un accesso “di servizio” agli ordini superiori.
La fronte era scandita da un portico, nella pavimentazione del quale era inserita una grande iscrizione che ricordava il direttore dei lavori (di nome Asklapos) e l’architetto (di nome Bibakos); la capienza è calcolabile in 200 posti circa. L’edificio era dunque un piccolo teatro coperto.
L’AREA FORTIFICATA MEDIEVALE
Sulla cima più alta del Monte Barbaro si sono susseguite molte e diverse costruzioni. Quasi nulla rimane delle strutture di età classica ed ellenistica. Nel corso del XII secolo la popolazione musulmana costruì una serie di abitazioni povere, in seguito abbandonate e occupate da sepolture cristiane. Verso gli inizi del XIII secolo, si costruì al centro della sommità una gran dimora.
L’intera acropoli venne completamente abbandonata (metà XIII secolo) in seguito ad un evento bellico durante il regno di Federico II.
LA MOSCHEA
La Moschea, la prima ad essere identificata con sicurezza in Sicilia (m 20 x 11) era in origine divisa in due navate, parallele al muro della qibla (che indica la direzione della preghiera, verso la Mecca), dove si apre la nicchia del mihrab.
La Moschea fu in uso dal XII secolo (nel pieno della dominazione normanna) agli inizi del XIII secolo quando fu distrutta in seguito all’arrivo di un signore cristiano che costruì il vicino Castello.
CHIESA MONTE BARBARO
La piccola chiesa a navata unica originariamente coperta da una volta a botte, venne fatta costruire nel 1442 da cittadini di Calatafimi, in una zona ormai disabitata del Monte Barbaro; si trattava probabilmente di una cappella rurale, frequentata da pastori, dedicata a San Leone. Non più officiata già alla fine del XVI sec., cadde in rovina all’inizio dell’Ottocento.
Scavi recenti hanno rilevato che la cappella fu costruita sulle rovine di una chiesa precedente di dimensioni maggiori, con pianta basilicale a tre navate (fine XII – inizi XIII secolo). All’esterno della chiesa si trovava un cimitero di semplici tombe scavate nel terreno.
IL TEATRO

Il teatro, costruito sul versante nord dell’acropoli di Segesta, si apre su un vasto panorama dominato dal monte Inici; a destra lo sguardo arriva fino al golfo di Castellammare.
Costruito con blocchi di calcare locale, presenta forme tipiche dell’architettura greca, anche se la cavea non poggia direttamente sulla roccia ma è interamente costruita e delimitata da poderosi muri di contenimento (analemma). Dall’alto si entrava al teatro attraverso due ingressi sfalsati rispetto agli assi principali dell’edificio. La cavea, con i sedili per gli spettatori, ha un diametro di 63,60 m ed è divisa orizzontalmente da un corridoio (diazoma); nella parte inferiore sono disposte ventuno file di posti, divise da sei scalette in sette cunei (kerkides) di dimensioni variabili. La fila superiore aveva sedili forniti di schienale. Delle gradinate della summa cavea rimangono solo poche tracce. Recenti ricerche hanno mostrato l’esistenza anche di un settore di gradinata più in alto, tra i due ingressi, parzialmente riutilizzato nella necropoli musulmana (prima metà del XII secolo).
Nel complesso, il teatro poteva contenere 4000 spettatori. L’orchestra (cioè lo spazio dove, nel dramma antico, agiva il coro), a semicerchio oltrepassato, ha un diametro di 18,40 m. Vi si accedeva dalle parodoi (ingressi laterali) che, come in quasi tutti i teatri greci di occidente, sono ortogonali all’asse dell’orchestra.
Pochi filari di blocchi (per una lunghezza di 27,40 m e larghezza di 9,60 m) permettono di ricostruire la pianta della scena (logeion), un edificio di due piani negli stili dorico e ionico e con due corpi laterali avanzati (come nel teatro di Dioniso ad Atene) ornati da satiri scolpiti ad altorilievo. Una bella strada lastricata corre lungo il lato ovest del teatro, raggiungendo l’orchestra e l’ingresso ad una grotta naturale, in cui si trova una sorgente sacra. Tale grotta fu frequentata in epoca preistorica (antica etĂ del bronzo – cultura del Bicchiere Campaniforme) e fu inglobata nel muro di sostegno della cavea. Il grande edificio, che anticipa soluzioni dell’architettura teatrale romana, si può datare, su base stilistica e stratigrafica, alla metĂ del II secolo a.C., quando Segesta, entrata ormai stabilmente nell’orbita di Roma, realizza un nuovo assetto monumentale della cittĂ .
ABITATO RUPESTRE
Scavi recenti hanno rivelato che le abitazioni più antiche della città (dalla fine del VI secolo a.C.) erano realizzate lungo i pendii del monte, praticando tagli regolari nel banco roccioso e alzando alcuni tratti in muratura solo dove la roccia la roccia tagliata non raggiungeva l’altezza desiderata per l’ambiente. Tali case hanno avuto una lunga vita, punteggiata da vari rifacimenti, fino all’età medioevale.
MURA E PORTE
Il vallone naturale che si trova sul fianco occidentale del Monte Barbaro costituisce un accesso naturale alla cittĂ .
Il ritrovamento, in occasione di recenti campagne di scavo, di un lungo tratto di una cinta fortificata di età arcaica ha confermato l’iniziale notevole estensione della città .
La difesa della città è stata affidata infatti, nel corso dei secoli, ad un complesso fortificato che col tempo ha subito notevoli cambiamenti.
La cinta di mura di età arcaica (VI secolo a.C.) e di età classica (inizi V sec. a.C.), seguiva la forte pendenza della valle fino a chiuderla come in una diga; una larga apertura al centro costituiva il varco d’accesso, che venne successivamente (seconda metà –fine del V sec. a.C.) rinforzata da due grandi torri e poi dimezzata da un muro collegato alla torre Ovest.
In posizione più elevata, il controllo della valle era affidato a una sorta di bastione fortificato sul piccolo pianoro dove tre torri controllavano la zona della Porta di Valle e la strada verso Porta Stazzo, probabilmente la porta principale d’accesso alla città (oggi è presente il sentiero pedonale per il teatro).
Tra la fine del IV sec. e la seconda metà del III sec. a.C., la Porta di Valle fu chiusa e fu costruito un muro più arretrato (cosiddetta cinta di mezzo); nel corso della prima età imperiale si costruì la cinta muraria superiore, anche in funzione della contrazione della città .
IL TEMPIO

Il grande tempio era un periptero greco – siceliota di 6×14 colonne. Dopo l’innalzamento del colonnato la costruzione rimase incompiuta, molto probabilmente a causa della presa della cittĂ da parte dei Cartaginesi, nel 409 a.C.
Infatti la cella, di cui oggi non si conserva traccia visibile in superficie, sicuramente fu progettata, cominciata ma non finita (come testimoniano alcuni tratti della fondazione individuati in recenti saggi di scavo). Nel colonnato (peristasi), le bozze sulle gradinate (crepidoma) e sulle colonne, che di solito venivano asportate soltanto nella fase di rifinitura, testimoniano lo stato di incompiutezza del tempio.
Le bozze utilizzate per il sollevamento e la messa in opera dei conci illustrano bene (insieme ad altri accorgimenti) alcune importanti caratteristiche della tecnica costruttiva di età classica. Nelle sue proporzioni generali, nella sintassi delle sue membra e nelle caratteristiche stilistiche (capitelli, cornicioni, curvatura delle linee orizzontali) il tempio segue fedelmente i modelli dell’architettura classica delle città greche in Sicilia, specie nella vicina Selinunte. Alcune forme particolari (palmette nei soffitti dei cornicioni angolari, modanatura del timpano) e le proporzioni degli elementi architettonici indicano anche una buona conoscenza della contemporanea architettura attica. Del culto e dell’altare presso il quale era praticato non si hanno notizie. Tuttavia, i modesti resti di un semplice edificio sacro precedente, scoperti nello scavo al centro del tempio, fanno ipotizzare un luogo di culto piuttosto antico.
Testi di Rossella Giglio / Dirigente del Servizio Beni Archeologici / Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Trapani
