VINICIO CAPOSSELA




Giovedì 4 agosto – ore 21,30

“MARINAI, PROFETI E BALENE”

con
Mauro Ottolini (trombone, conchiglie, ottoni, flauti, kalimba, temporale)
Achille Succi (flauti, shakuhachi, shehnai, tin whistle)
Alessandro “Asso” Stefana (chitarre, banjo, baglama)
Glauco Zuppiroli (contrabbasso)
Zeno De Rossi Diego Sapignoli (batteria, conga, gong delle nuvole, teste di morto)
Francesco Arcuri (sega musicale, balafon, campionatore, steel drum, saz, santoor)
Vincenzo Vasi (theremin, campionatore, marimba, voce, glockenspiel)
e il coro formato da Edoardo Rossi e Le Sorelle Marinetti

Musica e suoni Srl

Una nuova avventura creativa, un nuovo disco, un nuovo spettacolo, che ha per protagonista il Mare: una materia così vasta, un’opera così fuori misura, d’aver indotto a chiamarla la Marina Commedia di Vinicio Capossela.
«Un’antica metafora vuole che nel temerario navigare gli uomini trovino virtù e conoscenza, e che là, sullo spaesante mare, cioè lontano dalla terraferma e dalle ferme leggi degli uomini, meglio comprendano la loro esistenza e il loro destino.
Marinai, Profeti e Balene ci porta con sé su quelle rotte estreme, ci dice che è tempo di mettere noi per l’alto mare aperto. Si tratta, beninteso, dello smisurato mare immaginario di Vinicio Capossela, quello che alcuni libri immortali hanno popolato di favole, spettri, voci e creature fuori scala. ( … )
Figlio della lunghissima immaginazione occidentale, Vinicio è stato spesso il fededegno Ismaele di burrasche e naufragi. Stavolta invece si volge alla sostanza mitica della sua vita e vi vede una verità intollerabile. Quale sia, lo dirò alla fine. Intanto, godiamoci la crociera.
Ecco subito gli oceani ottocenteschi di Conrad e di Melville, squassati da prediche, da incubi freddi, da volti gravi come suoni d’organo; ed ecco il mare rapsodico di Omero, con la sua aria da kolossal, il suo eroe illuminista e i suoi dei fenomenali. Ovunque incombe l’oltremare dei presagi, attrazioni locali che influenzano le bussole di chiesuola di chiunque navighi nell’apparente anomia del finimondo. Ascoltiamo le voci veggenti di Tiresia, del carenato Padre
Mapple, delle retrospettive Sirene. E quella biblica di Giobbe, col suo bell’acciaio martellato di dolore. Da sotto la superficie specchiante delle acque, risuonano gli abissi disneyani di Céline e sospira in apnea il tentacolare Polpo D’Amore. E finalmente affiora Lui, il più grande di tutti, il più terrificante e il più richiesto: il mostruoso Leviatano, l’orrenda balena senza colore, incarnazione del male assoluto!
Ed ecco ancora le voci di Lord Jim, Billy Budd, Odisseo, Calipso, Polifemo, l’Aedo, le Pleiadi… tutte incastonate in una fantasmagoria di ballate, gighe, prison songs, canzoni da giaccone, da peplo, da uniforme, da scafandro, o in pezzi di pura evocazione, brevi e perfette colonne sonore della vita tra i flutti. Anche i mezzi di bordo sono strabilianti: aulofoni, plettri atavici, flauti primordiali, lire cretesi, gamelan, ghironde, viole barocche, onde Martenot, macchine celibi, e cori, tanti cori, di tutti i tipi, le mille disincarnate voci del mare.
( …) Una metafora più recente ci vuole tutti su una stessa barca, per giunta governata dalle leggi marziali di pochi, pochissimi uomini. I Marinai, i Profeti e le Balene di Vinicio, simboli di vita naturante e di epopea umana, ci dicono invece che siamo stati tutti mangiati dal mostruoso, plenario, capitale Leviatano. E qui dentro, finché ce ne stiamo buoni buoni, non ci sarà né virtù, né conoscenza e nemmeno un cazzo di destino».

Marco Castellani

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